venerdì 13 luglio 2018

Amore in pillole

Amo : il primo caffè della giornata, trovare 10 euro nella giacca dell'inverno scorso, parcheggiare selvaggiamente,  spingere il carrello lungo le corsie del supermercato, gli sguardi d'intesa, i sorrisi gratuiti, scoprire una bella canzone, le tisane dai gusti improbabili, distendere le gambe sul pouf in wengè, avere i capelli spettinati, i sughetti col pane, il momento in cui accendo il microfono, immaginare accostamenti di colore, le mani che mi accarezzano i capelli, il solletico delle vibrisse di Mia sul mio naso, staccare il pollo arrosto dall’osso, svegliarmi con la luce che spinge la porta socchiusa,  la perseveranza di Wyle il coyote, la risata di Motley, il tartufo inodore del cane, rispecchiarmi nelle frasi dei libri che leggo, gli occhi ambrati, quando la pioggia batte sul parabrezza o scende fittissima come nebbia e ti bagni anche le viscere, tenere per mano i miei bambini, l’odore dell' incenso che proietta lontano, i profumi del sottobosco, la nudità del rock, i sospiri di sollievo,  guidare lungo strade semi vuote la sera, i giorni in cui mi sento vivace,  posare la puntina del giradischi sui miei vinili, i sorrisi gratuiti, le bancarelle dell'artigianato, le atmosfere medievali, l'acuto di Since I've Been Loving You, risolvere cruciverba ermetici, camminare scalzo,  i piccoli solchi sulle labbra carnose,  la sabbia tra le dita, gli armadi ordinati,  i pensieri disordinati...

martedì 26 giugno 2018

A prima vista

Sei la quintessenza di tutto quello che ho sempre desiderato. Dio ha dato il meglio di sé nel racchiudere nel tuo corpo e nella tua anima tutte le più belle cose che aveva a disposizione quando ha creato l'universo.
 

venerdì 18 maggio 2018

Il solitario del calcio

Non scrivo praticamente mai di calcio, perchè del calcio parlato mediamente ne ho le palle piene. Ma ho fatto il portiere per 30 anni, amando visceralmente quel ruolo, e a volte anche odiandolo. Nel mio piccolo quindi so cosa significa essere un portiere, so riconoscere la grandezza di un portiere, e aggiungo che so che quando sei davanti a un grande portiere solitamente sei davanti ad un uomo di grande personalità. Perchè fare il portiere richiede qualità che nessun altro ruolo richiede, diametralmente opposte eppure al contempo perfettamente integrate: estro, razionalità, istinto, fisicità, intuito, equilibrio mentale, autocontrollo, determinazione, carisma, umiltà, capacità di gestire le frustrazioni e di trasmettere fiducia, in se stessi e negli altri, concentrazione, creatività, responsabilità, anima da gregario, istinto solitario...Portiere è gioco ma anche scienza. Portiere non si fa, portiere si è. 

mercoledì 16 maggio 2018

Sulla iperfelicità

Poi ci sono le persone che ridono perennemente, come se una scarica elettrica avesse distorto loro la piega della bocca e sgualcito le corde vocali. Alcune te la sbattono in faccia la felicità, "dai sorridi che la vita è bella"! magari dopo che hai raccontato loro che hai qualche debito consistente da pagare, o altre gatte da pelare. Clap clap. Ma in una qualche porzione del mio cervello si annida la convinzione che tutta quella chiassosa ostentata e costante gaiezza nasconda dell'altro. Mancanza di empatia? Incapacità ad interessarsi o farsi coinvolgere dagli accadimenti umani? Superficialità? Ipocrisia, nel senso del nascondere ciò che veramente hanno dentro? Chiamiamola voglia di dipingere forzatamente di rosa un' esistenza che lecitamente può avere colori anche diversi ma se non è rosa sei un perdente? Come la vuoi mettere, non ci vedo un pregio, una dote. A me quelli che ridono e sono sempre felici e vorrebbero che tu lo fossi, perché si sentono togliere le energie da chi non sorride quanto loro, mi sembrano burattini. Non c'è felicità nella poesia e nell'arte e nella musica a volte, che spesso nascono dallo svisceramento emozionale, dal dolore, dall'esigenza di riscatto...figuriamoci nelle nefandezze del genere umano, nella morte, nella mancanza di risorse, negli squilibri globali. Ti gireranno pure le palle un giorno in cui ti svegli con l'orticaria, o hai finito la carta igienica, o vieni licenziato, o leggi una brutta notizia sul giornale? No, loro ridono e vorrebbero che tutti lo facessero sempre, o forse anche non gliene frega nulla perché loro sono sereni a prescindere. La vita è bella, a prescindere. Ci sono persone che ridono con una costanza che io non capisco, o che meglio, e purtroppo, capisco fin troppo bene. 

venerdì 11 agosto 2017

La guerra dei dementi

Vi presento due coglioni di incommensurabili proporzioni. Hanno in comune la megalomania, l'arroganza, la passione per Risiko e soldatini, e un parrucchiere cocainomane.


venerdì 11 novembre 2016

Come violentare una canzone

Vi ricordate il periodo in cui l'Italia con caparbietà e massiccia dose di deretano vinse il mondiale del 2006? Vi ricordate il tema che accompagnò per mesi i festeggiamenti? era il riff di Seven Nation Army dei White Stripes. Un ottimo riff trasformato in un becero coro da stadio da parte di tifosi e giocatori, quella tiritera nauseabonda del "po-popopopopo-pooooo" urlata dai pullman, dagli spalti, dalle piazze, dai balconi e da ogni angolo spanto dello stivale, che mi ha devastato la pazienza per mesi e mi ha portato a odiare profondamente una bella canzone. Ché io già detesto i cori da stadio, per due motivi: da un lato perchè li associo istintivamente all'immagine di invasati dagli orizzonti ristretti che con le canne fuori dalla gola e il livello evolutivo di una proscimmia con problemi cromosomici si fanno forza l'un l'altro per dare un tiepido senso alla loro esistenza, e dall'altro, anche se in maniera secondaria, perchè i cori da stadio fanno musicalmente esteticamente cacare. Lo scrivo perchè oggi ricapitandomi nelle orecchie quella canzone, non riuscivo a capacitarmi di come potesse ancora starmi sui maroni nonostante il potenziale artistico e i dieci anni trascorsi. Po-popopopopo-pooooo! E niente, se al prossimo grande evento calcistico riescono a farmi uno scherzo del genere con un pezzo dei Pink Floyd o dei Led Zeppelin mi butto giù dal dirupo.


martedì 8 novembre 2016

Effetti collaterali di una serie TV

Ho provato con Walking Dead, considerata la mia passione per il genere horror e le opinioni di chi l'aveva già visto, ma ho mollato alla 4a puntata per sopraggiunto scazzo interiore. Adesso c'è sto Westworld, con Hanthony Hopkins che recita con l'intensità di un impiegato che si lava i denti la mattina e già pensa alle rotture di balle che l'aspettano in ufficio. Non nomino gli altri.
I serial televisivi non mi appassionano, non c'è niente da fare. Sono come noiose maratone che si svolgono lungo un percorso di pochi isolati, i cui personaggi e ritmi narrativi rimangono sempre gli stessi dall'inizio alla fine. Una fine che sembra non arrivare mai e che forse neanche è prevista.
Ora, a prescindere dalle location, spesso ottimamente rappresentate, che si tratti di ospedali, città metropolitane, sanguinolente scene del crimine, foreste innevate, villaggi del west, corti settecentesche ecc...c'è sempre un fattore che li accomuna tutti e che mi stride parecchio, quell'estetica prevedibile che ne sfilaccia i bordi e ne compromette l'unicità: è come se tutti venissero passati tecnicamente attraverso uno stesso filtro, col risultato di esibire contorni sempre troppo nitidi, facce troppo pulite, dialoghi troppo lineari, colori troppo invadenti o artificiosi, abbinamenti tra attori e personaggi spesso forzosi. Il risultato è che nonostante le manco tanto velate pretese di iperrealismo, traspare una specie di ingombrante teatralità nei serial. E se poi sbirci tra le righe, puoi percepire quasi una certa fiacca artistica; di chi, nei panni del regista o dell'attore, è costretto a giocare lo stesso gioco per troppo tempo, o non ha, all'interno di quel gioco, abbastanza margine per rinnovare la sua espressività, o semplicemente non trova lo stimolo per crederci fino in fondo, lo stesso stimolo che magicamente hanno tanti spettatori per riuscire a seguirne le puntate dalla prima all'ennesima. Lo stimolo che io non trovo.

Un film è una impresa non ripetibile, dentro un regista ci riversa se stesso, rischia se stesso, perché deve racchiudere in quel poco spazio tutti i significati possibili; può decretarne il successo o mandarlo al baratro. Un film è anche una sorta di scatola chiusa che impegna il tempo di sorprendere, a volte sconquassare, e non ti chiede sforzo ulteriore. Nella migliore delle ipotesi ti lascia lì a pensare, a ripercorrere le immagini lasciandoti la scelta del modo, del momento in cui farlo. Non mi succede questo nei serial, sapere che ogni puntata è legata più o meno indissolubilmente a all'altra mi costringe a una costanza che non mi appartiene. Non nel lungo termine. Una caratteristica che fa sì che non succeda mai niente di illuminante o veramente degno di nota negli episodi dei serial: le cose scorrono, sai già che qualcuno morirà, che altri subentreranno, che ti presenteranno una timida connessione tra i fatti, andando a scomodare il vissuto di personaggi messi lì a tempo indeterminato, trasudanti incredibile umanità, con lo scopo di riempire in fondo le falle di una vicenda nasce per procedere al ritmo del botteghino e non per idee. Capisci insomma che a tratti la storia la stanno inventando strada facendo, in funzione dell'interesse dimostrato dal pubblico. Li immagino seduti a tavolino a scapicollarsi per inventarsene una nuova quando le cose tendono ad arenarsi e le tensioni ad allentarsi. E penso a come i cachet  degli attori si siano trasformati in stipendi, e questo mi fa girare le balle concettualmente. Insomma il fenomeno del serial è spesso solo una operazione commerciale. E ogni puntata alla fine sembra pressochè un surrogato della prima, che funge da matrice. Vista quella, le hai viste tutte.
No, i serial non fanno per me. Non mi riesce proprio di  affezionarmi a personaggi che vedo ciclicamente come fossero colleghi di lavoro, di episodio in episodio. Dentro non mi rimane abbastanza spazio di manovra per la fantasia; in termini emotivi non resta pressoché niente di irrisolto, e io non posso rischiare che mi si incastri la curiosità o peggio disattivi il cervello. E' questo il difetto genetico del serial moderno secondo me: sollevarsi dalla necessità di essere incisivo e onesto, abusando del troppo tempo e del troppo spazio a disposizione.