venerdì 11 novembre 2016

Come violentare una canzone

Vi ricordate il periodo in cui l'Italia con caparbietà e massiccia dose di deretano vinse il mondiale del 2006? Vi ricordate il tema che accompagnò per mesi i festeggiamenti? era il riff di Seven Nation Army dei White Stripes. Un ottimo riff trasformato in un becero coro da stadio da parte di tifosi e giocatori, quella tiritera nauseabonda del "po-popopopopo-pooooo" urlata dai pullman, dagli spalti, dalle piazze, dai balconi e da ogni angolo spanto dello stivale, che mi ha devastato la pazienza per mesi e mi ha portato a odiare profondamente una bella canzone. Ché io già detesto i cori da stadio, per due motivi: da un lato perchè li associo istintivamente all'immagine di invasati dagli orizzonti ristretti che con le canne fuori dalla gola e il livello evolutivo di una proscimmia con problemi cromosomici si fanno forza l'un l'altro per dare un tiepido senso alla loro esistenza, e dall'altro, anche se in maniera secondaria, perchè i cori da stadio fanno musicalmente esteticamente cacare. Lo scrivo perchè oggi ricapitandomi nelle orecchie quella canzone, non riuscivo a capacitarmi di come potesse ancora starmi sui maroni nonostante il potenziale artistico e i dieci anni trascorsi. Po-popopopopo-pooooo! E niente, se al prossimo grande evento calcistico riescono a farmi uno scherzo del genere con un pezzo dei Pink Floyd o dei Led Zeppelin mi butto giù dal dirupo.


martedì 8 novembre 2016

Effetti collaterali di una serie TV

Ho provato con Walking Dead, considerata la mia passione per il genere horror e le opinioni di chi l'aveva già visto, ma ho mollato alla 4a puntata per sopraggiunto scazzo interiore. Adesso c'è sto Westworld, con Hanthony Hopkins che recita con l'intensità di un impiegato che si lava i denti la mattina e già pensa alle rotture di balle che l'aspettano in ufficio. Non nomino gli altri.
I serial televisivi non mi appassionano, non c'è niente da fare. Sono come noiose maratone che si svolgono lungo un percorso di pochi isolati, i cui personaggi e ritmi narrativi rimangono sempre gli stessi dall'inizio alla fine. Una fine che sembra non arrivare mai e che forse neanche è prevista.
Ora, a prescindere dalle location, spesso ottimamente rappresentate, che si tratti di ospedali, città metropolitane, sanguinolente scene del crimine, foreste innevate, villaggi del west, corti settecentesche ecc...c'è sempre un fattore che li accomuna tutti e che mi stride parecchio, quell'estetica prevedibile che ne sfilaccia i bordi e ne compromette l'unicità: è come se tutti venissero passati tecnicamente attraverso uno stesso filtro, col risultato di esibire contorni sempre troppo nitidi, facce troppo pulite, dialoghi troppo lineari, colori troppo invadenti o artificiosi, abbinamenti tra attori e personaggi spesso forzosi. Il risultato è che nonostante le manco tanto velate pretese di iperrealismo, traspare una specie di ingombrante teatralità nei serial. E se poi sbirci tra le righe, puoi percepire quasi una certa fiacca artistica; di chi, nei panni del regista o dell'attore, è costretto a giocare lo stesso gioco per troppo tempo, o non ha, all'interno di quel gioco, abbastanza margine per rinnovare la sua espressività, o semplicemente non trova lo stimolo per crederci fino in fondo, lo stesso stimolo che magicamente hanno tanti spettatori per riuscire a seguirne le puntate dalla prima all'ennesima. Lo stimolo che io non trovo.

Un film è una impresa non ripetibile, dentro un regista ci riversa se stesso, rischia se stesso, perché deve racchiudere in quel poco spazio tutti i significati possibili; può decretarne il successo o mandarlo al baratro. Un film è anche una sorta di scatola chiusa che impegna il tempo di sorprendere, a volte sconquassare, e non ti chiede sforzo ulteriore. Nella migliore delle ipotesi ti lascia lì a pensare, a ripercorrere le immagini lasciandoti la scelta del modo, del momento in cui farlo. Non mi succede questo nei serial, sapere che ogni puntata è legata più o meno indissolubilmente a all'altra mi costringe a una costanza che non mi appartiene. Non nel lungo termine. Una caratteristica che fa sì che non succeda mai niente di illuminante o veramente degno di nota negli episodi dei serial: le cose scorrono, sai già che qualcuno morirà, che altri subentreranno, che ti presenteranno una timida connessione tra i fatti, andando a scomodare il vissuto di personaggi messi lì a tempo indeterminato, trasudanti incredibile umanità, con lo scopo di riempire in fondo le falle di una vicenda nasce per procedere al ritmo del botteghino e non per idee. Capisci insomma che a tratti la storia la stanno inventando strada facendo, in funzione dell'interesse dimostrato dal pubblico. Li immagino seduti a tavolino a scapicollarsi per inventarsene una nuova quando le cose tendono ad arenarsi e le tensioni ad allentarsi. E penso a come i cachet  degli attori si siano trasformati in stipendi, e questo mi fa girare le balle concettualmente. Insomma il fenomeno del serial è spesso solo una operazione commerciale. E ogni puntata alla fine sembra pressochè un surrogato della prima, che funge da matrice. Vista quella, le hai viste tutte.
No, i serial non fanno per me. Non mi riesce proprio di  affezionarmi a personaggi che vedo ciclicamente come fossero colleghi di lavoro, di episodio in episodio. Dentro non mi rimane abbastanza spazio di manovra per la fantasia; in termini emotivi non resta pressoché niente di irrisolto, e io non posso rischiare che mi si incastri la curiosità o peggio disattivi il cervello. E' questo il difetto genetico del serial moderno secondo me: sollevarsi dalla necessità di essere incisivo e onesto, abusando del troppo tempo e del troppo spazio a disposizione.

Decantare l'amore


Però, però...circa questa costante celebrazione dell'amore...dei dolci sentimenti...avete anche un po' sfrantugiato le palle. Ci sta che l'istinto di raccontarli possa far deragliare dai binari della discrezione di tanto in tanto. Condividere le gioie non è reato. Ma sta quotidiana forzata assunzione di saccarosio finisce per cariare a tutti le sinapsi, le vostre e di chi legge. Bilanciate il tutto con un po' di carboidrati. Per esempio ditelo un vaffanculo ogni tanto, esprimetelo un dubbio, cambiatelo il discorso, vi garantisco che vi farà sentire altrettanto leggeri, e non ne andrà della vostra autenticità. Prendete un giorno a caso, tipo un martedì, e godervelo e basta quell'amore, senza metterlo in vetrina come un manichino. Andrà tutto bene. Giuro. Anche se, diciamolo, non è tanto credibile che tutto ciò che toccate col pensiero diventi oro per i sensi, e che ogni battito di cuore in voi si faccia sempre poesia. Perlomeno... è rischioso, poi finisce che al primo sgambetto esistenziale vi si inceppa radicalmente il meccanismo e vi ritrovate seduti sopra agli spuntoni del disincanto.

mercoledì 27 luglio 2016

Il domenicale


Vorrei capire come fa il domenicale a mantenere quella velocità che non si confà né a una terza né a una seconda marcia senza che il veicolo si ingolfi, mentre io smadonno dietro, passando continuamente dall'una all'altra in attesa che si levi dalle balle. L'unica spiegazione è che le case automobilistiche creano motori ad hoc per i rincoglioniti. Una roba di cui non siamo a conoscenza. Cioè uno entra in concessionaria e gli viene chiesto se vuole un auto normale o una macchina per portare a spasso gli aquiloni, con uno specifico set-up. Devo indagare.

giovedì 21 luglio 2016

Il peso degli stronzi

 
 
Secondo me la contravvenzione dovrebbe essere proporzionale alla quantità di merda prodotta dall'animale. Se uno decide di andare a spasso con un triceratopo non può pagare quanto uno che porta in giro un chihuahua. Ai vigili non devono dare la pistola, ma una bilancina elettronica che converte automaticamente il peso degli stronzi in euro.

Voyager

Giacobbo, col suo Voyager, è l'esempio perfetto del favolista moderno, perchè i suoi "documentari" iniziano come le favole d'altri tempi con il solito attraente "C'era una volta...", poi si snodano su una trama ricca di colpi di scena a metà, incorniciati da tanti se e tanti ma che ti consolidano il dubbio di venire preso per il culo, e finiscono sempre in un simpatico "chissà...forse un giorno lo scopriremo", come ogni serial TV moderno che si rispetti, lasciandoti puntualmente con una sensazione di vuoto addosso e tanti punti interrogativi destinati a restere tali per sempre. E' un pò uno stronzetto paraculo diciamo, ma come si può evincere dalla panza via via sempre più gonfia e dal sorriso paffutello, la formula evidentemente è di successo e di buffet per celebrarlo in redazione ne deve aver già fatti tanti.

mercoledì 6 luglio 2016

Spazi nuovi dentro


Di quando ero piccolo mi manca lo stupore. Me ne rendo conto osservando gli occhi di mia figlia, il modo in cui catturano e si fanno catturare dalle esperienze nuove. Sì, riesco a regalarmi qualche sussulto ognitanto, come quando apro un barattolo nuovo di caffè e l'aroma mi invade i sensi, o come quando una canzone mi emoziona, per intenderci.
Ma non sono propriamente "sensazioni nuove". Quello dello stupore è un meccanismo diverso. E' più uno scoprire pezzi di sè e doversi ricalcolare. Dovrebbe succedermi qualcosa capace di disseppellirmi qualche porzione incontaminata di interiorità, di paracadutarmi in un posto nuovo dentro, da qualche parte. Come quando nei documentari sul pianeta l'occhio del satellite fa una panoramica su luoghi incredibili di cui prima non immaginavamo l'esistenza, o che solo potevamo ipotizzare, e ne restiamo colpiti. Ma mi rendo conto che è una contraddizione in termini, perchè mentre ne parlo sta già accandendo qualcosa: mi sto stupendo dello stupore di mia figlia, uno spazio sempre nuovo dentro di me.